Recensioni sul pittore Silvio Bottegal |
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Marco Mondi
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Silvio Bottegal, che e' nato a Schio (VI) il 21 gennaio 1895, e' pittore trevigiano a tutti gli effetti, nel disegno, nell'impianto compositivo delle sue opere, nel colore. Certo, nei suoi primissimi lavori si possono riscontrare influenze legate ad un tardo Realismo veneto di matrice, si puo' quasi dire, alto veneto-trentina; ed il disegno giovanile con pastore, bambino e pecore, con quel suo realismo descrittivo, minuto e chiaroscurato, caratterizzato da un tratto breve e sin d'adesso deciso, che alterna e fa vibrare campiture di luce e d'ombra, ottenute con rapidi segni paralleli e zigzagati accostati l'un l'altro, e che delinea con contorni piuttosto definiti la composizione di figure e paesaggio, lo avvicina a tante realizzazioni di Luigi Cima, ad esempio, anche nella scelta e nell'impostazione della tematica raffigurata. Ciononostante, la sua arte ben presto trova, in quell'humus cultural-figurativo straordinariamente fertile quale fu Treviso nei primi cinquant'anni del secolo scorso, il suo naturale svolgimento, divenendone una delle note piu' significative e qualitativamente rilevanti. Condotto a Treviso sin da bambino, infatti (i suoi genitori avevano aperto in citta' un negozio d'ottica, che ancora oggi esiste), pur mantenendo sempre legami forti con la terra feltrina (terra d'origine dei genitori), Silvio Bottegal, <<che fu amico di Gino Rossi, di Giovanni Comisso, di Arturo Malossi, di Guido Cacciapuoti, di Valentino Canever, di Bepi Fabiano, di Sante Cancian, di Ciro Cristofoletti, di Sante Zanon, di Nando Coletti, dei fratelli Tommasini [e di altri ancora], oltre che degli artisti della generazione successiva>> (GIUSEPPE MAZZOTTI, s.t., in AA.VV., Silvio Bottegal / Pittore - Poeta, Treviso 1971, p. 14), s'inserisce pienamente nell'ambiente artistico trevigiano e ne riassume, con propria autonomia ed originalita', alcune delle connotazioni stilistiche piu' interessanti. A Treviso, nella prima meta' del Novecento, il Realismo di fine-inizio secolo si aggiorna e si sviluppa rapidamente grazie alla presenza di personalita' geniali come Arturo Martini e Gino Rossi in primis, ma anche, tra le altre, di Nino Springolo e di Juti Ravenna, le quali contribuiscono ad aprire l'arte locale a raffigurazioni piu' moderne, che sembrano porre particolare attenzione a cio' che accadeva oltralpe, piu' che nell'ambiente mitteleuropeo, in quello francese. La pittura, soprattutto, elaborata sempre sulla tradizione coloristica veneta, si arricchisce di molteplici suggestioni nelle quali paiono prevalere vibrazioni di tocco cromatico e di sintesi compositiva (pressoche' sempre legata al figurativo) filtrate in maniera diretta (le Biennali di Venezia, riviste e viaggi) ed indiretta (Ca' Pesaro, Gino Rossi, Springolo, Ravenna, ecc.) principalmente dalla Francia degli Impressionisti e dei Post-impressionisti (i Simbolisti o i Nabis, ad esempio, e piu' avanti, in special modo, la polidirezionalita' dell'École de Paris). Su queste basi, pittura di genere, paesaggi, vedute, ritratti, nature morte, vedono sintetizzati gli elementi formali della composizione nelle loro parti costitutive, mentre spetta al colore (e quindi alla luce), steso sovente con tocco mosso e vibrato, talvolta con pennellate graffianti ed espressionistiche, tal altra per mezzo di linee vagamente simboliste dal tratto sinuoso e descrittivo, dar vita al dipinto e renderlo “emozionante”. Raramente, infatti, la pittura trevigiana di questi anni “costruisce”, quasi sempre “interpreta”. Nell'Autoritratto del 1918, Silvio Bottegal e' gia' in tutto artista trevigiano nell'eccezione appena vista, ed e' artista maturo. La luce e' protagonista assoluta della tela; ed e' lei che, prima ancora della rigorosa disposizione dei piani di profondita' spaziale, determina lo spazio stesso e da' risalto e valore alla penetrante introspezione psicologica dell'autoritratto: in un primo piano assai ravvicinato, l'effigiato e' colto a mezzo busto con lo sguardo fisso ed inquietante rivolto allo spettatore, quasi ad evidenziare i segni in esso fattesi indelebili dei disastri bellici appena finiti; la luce lo illumina da destra, esaltando tonalita' cromatiche fredde e calde che qua e la' sono contornate da un raffinatissimo tratto azzurro, in grado di conferire alla figura un'aureola tra il simbolista ed il fauve; poco dietro, a sottolineare lo spazio angusto di un interno e la silenziosa, quasi drammatica, serieta' della scena, lo scheletro di una finestra con il suo tendaggio, che immediato si apre sul portale timpanato di un edificio che parrebbe essere una chiesa, ed e' brillante descrizione di un'architettura tutta giocata sul cromatismo “grafico” di fredde tonalita' grigio-azzurrastre. Sostanzialmente autodidatta, Silvio Bottegal, a poco piu' di vent'anni, e' gia' artista aggiornato e moderno, grande estimatore di Gino Rossi ed indubbiamente attento a quanto gli succedeva attorno, nell'ambiente trevigiano, italiano ed in ambito internazionale. Artista, serio ed impegnato, dunque, ma artista che, nonostante le sue numerose partecipazioni a mostre (tra le altre, a Treviso, Venezia, Belluno ed anche Parigi), <<faceva vita ritirata, schiva e gelidamente isolata in una soffitta di due camerette che riscaldava d'inverno con una stufa di terraglia rossa e refrigerava d'estate con secchi di ghiaccio…, [e che] fu anche poeta [e sensibile interprete di brani musicali (suonava con bravura e sollievo il flauto)]>> (ADRIANO MADARO, Artisti Trevigiani del '900, Treviso 1970, p. 16). Pittore, ma anche poeta e musicista, ed e' sulla falsa riga di queste altre sue due grandi passioni che si deve leggere il suo percorso figurativo: <<vive solo nell'immensa compagnia della natura… e quell'abbandonarsi del suo spirito nel suono del flauto egli ha saputo trasfonderlo in questo nuovo genere di pittura. Qui il pennello danza lieto e quasi coraggioso come se ninfe fossero riapparse ai suoi occhi panici>> (GIOVANNI COMISSO, s.t. in AA.VV., Silvio Bottegal / Pittore - Poeta, Treviso 1971, pp. 18, 20). Con bellissime parole, Comisso coglie l'essenza piu' profonda dell'arte di Silvio Bottegal, e ci da' una chiave di lettura essenziale del suo fare pittura, invitandoci ad interpretarla, cioe', come se fosse musica e come se fosse poesia, tanto nella scelta del soggetto, quanto nella sua realizzazione. La realta', la natura, il mondo che lo circonda, sia esso la citta' amata, la campagna o le alture feltrine, tutto lo interessa e tutto lo ispira per renderci in pittura, nell'acquerello o fin anche nel disegno, una commossa, sentita traduzione della sensazione emotiva nel fatto concreto, puramente visivo, che e' l'opera pittorica. Abbandonando gradualmente quella sorta di minuziosita' che la caratterizzava in origine, la descrizione del dato visivo tende a farsi sempre piu' sintetica ed essenziale nella composizione (in alcuni casi, con risultati estremi, come in Dirupi o in Paesaggio di cielo) per giungere a realizzare opere dove il colore assume il compito di creare la forma, lo spazio, la profondita', conservando al tempo stesso tutte le sue qualita' cromatiche e di vibrazione luministica. L'architettura compositiva, nella descrizione di un paesaggio (Paesaggio di campagna), di una veduta di citta' (Il ponte, Piazza dei conici), di una natura morta (Natura morta di pesci), di una scena (Jesolo, spiaggia) o di un ritratto (Autoritratto), e' tracciata per masse che si dispongono con ritmo musicale sulla superficie da dipingere, dove le note sono suonate dal colore, dato con tocco deciso e tremolante e, talvolta, soprattutto nell'acquerello, con risultati sfumati ed evanescenti (Citta', Alberi). La scelta del soggetto, appare poi come un'operazione estremamente intima, nella quale si avverte tutta la partecipata emozione e la sensibilita' malinconica delle sue poesie, tradendo in alcuni lavori una vena romantica (Paesaggio di campagna ) o, in altri, una vena letteraria che quasi vuol cimentarsi in tematiche sociali (Terra, Scalo merci, Spettacoli viaggianti od Fabbrica). Il disegno, infine, soprattutto quando affronta soggetti cittadini con figure, lo mostra capace di cogliere un dato reale della quotidianita' che pare essere un'istantanea, ma un'istantanea che non fotografa la mimesi esteriore quanto piuttosto la fresca genuinita' dei caratteri delle figure e dell'ambiente in cui stanno (Palazzo dei Trecento, Al bar), in un modo che, sovente, si puo' accostare a quello di Sante Cancian. Marco Mondi
Tratto dal depliant di presentazionedella mostra a Ca' dei Carraresi a Treviso 2 - 11 giugno 2006 (www.studiomondi.it) |
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24, 2006 05:00 pm - Last updated Monday, September 04, 2006 03:30 pm -
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